ukulele

Acchiappando i sogni di un ukulele

Durante un viaggio a Londra ho comprato un ukulele in un negozio fighissimo di Denmark Street.
Un ukulele verde acqua e i dettagli gialli, della marca indubbiamente più economica potessi trovare, la Stagg per la precisione.
L’ho comprato con l’idea di portarlo in viaggio con me, per non rischiare di rovinare quello bello che mi ha regalato il mio compagno (anche noto come il Capitano Orso di Carta se hai letto Opoponax Tales).
Mi sono state mosse più critiche per questo acquisto, specie sulla natura economica dello strumento, sul fatto che non fosse costruito con un buon materiale, avesse un suono poco ricco di armonici, corde brutte e via dicendo…
Rientrando a casa si è pure rovinato, sfoggiando un quasi buco sulla cassa.

Inizialmente mi sono pentita dell’acquisto, ho dato ragione a chi mi diceva avessi speso soldi inutilmente e ho finito per considerarlo io stessa uno strumento inutile, una spesa futile. Così l’ho lasciato lì, in una custodia, a fare da tappezzeria mentre io usavo quell’altro, quello bello di materiale pregiato, con le corde fighe e tutte le striature del legno a vista.

Poi ho capito che spetta solo a me dare un valore alle cose che amo, che compro, che uso e che mi circondano.
Dunque ho preso il mio ukulele, lo stucco per legno e ho riparato il quasi buco.

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Poi, con tutto l’amore del mondo l’ho pulito, ho smontato le corde e sono corsa a prendere un pennarello indelebile.

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Stavo quasi per tracciare una linea guida a matita ma poi ho preferito proseguire così, con tutte le imperfezioni del caso. Ho tracciato disegni semplici, cercando di ricordare quanto avessi fantasticato sul viaggiare con quell’ukulele in borsa quando l’ho comprato.

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Nonostante le sbavature del pennarello -che poi così waterproof non era- , le ditate qua e là, il buco stuccato che si nota in controluce e i due peli del pennello che sono rimasti attaccati mentre passavo il vetrificante finale…ti dirò che mi piace.
Mi ci rivedo.
Ci rivedo dentro la spensieratezza con cui l’ho comprato, la paura alla sola idea di tirarlo fuori dalla custodia in mezzo ad altre persone, il sorriso che mi spunta in faccia quando lo strimpello.

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A lavoro terminato ho stretto un po’ le meccaniche, ho sostituito le corde base con quelle più belle e mi sono fermata a guardarlo.
E’ sempre fatto di un materiale economico, il suono è ancora poco ricco di armonici (anche se il solo cambio corde l’ha reso molto più caldo) e non è uno strumento di qualità sopraffina con il quale pretendere di suonare su un palco.
Ma riflette ogni mia imperfezione, rispecchia la voglia di provarci comunque, a prescindere da quanto la gente ti giudicherà idoneo o pregiato.

Siamo noi a stabilire il valore dei nostri sogni e solo noi possiamo permetterci di dar loro un prezzo, un colore. Solo noi possiamo disegnarci sopra, far sbavare l’inchiostro, lasciare un ditata o fare un cambio corde.

Non permettere a nessuno di stabilire l’importanza di un tuo sogno al posto tuo.
Soprattutto se si tratta di un ukulele verde acqua.

 

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