Dal mondo dell'autrice, ukulele

Scusami ragazzino se non ho ballato con te!

Domenica scorsa un ragazzino mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene: ero a pranzo in un agriturismo, tra feste-battesimi-compleanni e gente vestita bene. Questo ragazzo con le sue cuffiette in testa, totalmente noncurante delle persone che lo circondavano, ballava come un matto e lo faceva ovunque! Nel cortile, nel corridoio di passaggio, in piena sala pranzo…
Sì, ballava in maniera scatenata, sorridendo e fregandosene altamente del se e del come la gente lo guardasse.
Ho sentito due signori deriderlo e li ho fulminati con lo sguardo.
Se solo non avesse avuto le cuffie sarei andata a ballare con lui ma la salamandra dell’autocritica sulla spalla destra ha sentenziato che sarebbe stato imbarazzante farlo senza musica e io, buona buona, l’ho ascoltata (il calamaro dei sogni sulla spalla sinistra no, lui non era contrario, anzi voleva disperatamente ballare).
Questa cosa mi ha fatto riflettere su quante volte ci tratteniamo dal fare qualcosa che vorremmo solo per la paura di essere/sembrare inadeguati e -preparati, sto per dirlo-  troppo vecchi.
Parlando con varie persone mi è parso di capire che siamo in tanti a piegare educatamente i sogni per meglio riporli nel cassetto. Magari con un sacchetto di lavanda, così non ci arrivano le tarme, eh?
Così gli anni passano inesorabili e, ogni tanto, ci ritroviamo a sorridere raccontando di quando, una volta, facevamo questo e quell’altro ma poi, che vuoi fare, si cresce, si cambia, si “mette la testa sulle spalle” e “si sta coi piedi per terra”…
Ti ritrovi in questa scenetta?

Bene, secondo me è arrivato il momento di far rotolare la testa fino alla pancia e investire un po’ di più sulle ali che sulle scarpe.
Insomma, non mi pare che ci sia un obbligo di legge per cui si debba chinare la testa e adeguarsi per forza a quella che spesso chiamiamo “normalità” ma che nasconde, sotto un appellativo rassicurante, la paura di poter essere sé stessi o, peggio, di non avere più l’età per farlo.
Troppo spesso vedo persone talentuose e artistiche reprimere la propria creatività in nome dell’illusione dell’esser divenuti grandi, di “essere maturi” o “troppo vecchi”, di “aver appeso al chiodo”.
Non si tratta di maturità mia cara o mio caro, si tratta di un alone di convenzioni e luoghi comuni che faremmo meglio a scrollarci di dosso per non rischiare di rimanerne soffocati.

Poco importa che le tue passioni ti paghino l’affitto o siano solo dei passatempi.
Sono importanti, sono vitali, sono indispensabili come l’aria che respiriamo.
Perciò apriamoli quei cassetti!
Dipingi, canta usando la scopa come un microfono, balla nelle corsie del supermercato se parte la canzone che ti piace, canta in mezzo alla gente se hai voglia di farlo; quando senti che le tue gambe ne abbiano bisogno, corri, corri come se dovessi vincere una gara; vesti con i colori e gli indumenti che ami non con quelli che si adattano alla tua età; impara, studia, sii sempre curiosa/o e apriti alle novità!

Il mondo non finisce dove finisce il nostro sguardo, perciò non perdere mai la voglia di sognare, di ridere e di darti con tutto il cuore alle cose che ami e ti rendono felice.

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Io?
Io ho passato l’anno scorso a scarabocchiare e a fare pace con la quattordicenne dentro che avevo ucciso parecchi anni fa. Questo è l’anno della musica, del canto, dello studio delle scale, del sentirsi impacciati a dover scrivere i nomi delle note sotto il pentagramma; questo è l’anno in cui mi sento guardata dall’alto verso il basso se strimpello male il mio ukulele (e lo strimpello male) perché agli occhi del mondo sembra quasi che io giochi con le costruzioni dei bambini anziché suonare -e tentare disperatamente di suonare e cantare allo stesso tempo-; questo è l’anno dei manuali per principianti, delle scale fatte a metronomo e dei metronomi lanciati via perché faccio shifo a stare a tempo; questo è l’anno in cui la paura del giudizio voglio lasciarla alle spalle e persino la salamandra dell’autocritica sulla spalla destra è d’accordo con me (il calamaro dei sogni sulla spalla sinistra sì, lui è sempre d’accordo).
Certo, una volta entrati nel mondo del lavoro e della famiglia non è semplice dedicare il tempo ai sogni e al proprio giardino interiore, ma farlo ti regala la gioia di svegliarti ogni mattina con il sorriso perché sai che la tua strada, in qualche modo, la stai trovando.

Dunque parlami di te.
Quanti sogni hai chiuso nel cassetto?
Quanti, invece, ne stai liberando?
Ci proviamo?

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